allarme ecologia

. lunedì 16 novembre 2009

Tutto questo parlare di silenzio non suonerà troppo astratto? Qui non si vuol fare solo teoria, ma pratica. E allora verifichiamo pragmaticamente come “funziona” il silenzio, con un paradosso.

Sono giorni di dibattito (più politico che ecologico) su emergenza clima e risorse (in esaurimento) del pianeta. La terra è in riserva. E se lo fosse anche il linguaggio? Se le parole che usiamo ogni giorno, scialando verbalmente, non fossero illimitate? Fino a ieri le avevamo a disposizione tutte, ogni volta che ci servivano. Oggi, man mano che le impieghiamo, finiscono. Stop alla lingua rinnovabile. Non c’è refill per bocca e cervello. Se usi “amore” una volta, la parola è andata, perduta. Per sempre. Lo stesso dicasi per “io”, “bello”, per tutti i nomi delle cose, gli aggettivi. Gli insulti.

Ogni espressione pronunciata, è consumata. Definitivamente, senza ricarica, stop. Non faremmo un uso più sobrio del bla-bla prima di ridurci a fine-scorte?

Così, asciugando asciugando, selezionando e dosando per arrivare a poter dire, in una vita intera, tutte le cose importanti almeno una volta, che cosa si può spendere - linguisticamente parlando -senza pensarci troppo su? Di che cosa non si può rischiare l’esaurimento?

Se devo scegliere una sola parola “Gronchi rosa”, io forse ne prendo una piccola piccola, corta corta, e potente: sì.

E voi?

2 commenti:

taciturno ha detto...

In effetti pensandoci bene un sacco di parole scompaiono giornalmente, se solo avessimo il tempo di prendere un vecchio vocabolario e cercare un po' immagino quante sorprese!
C'è un personaggio de "La vita istruzioni per l'uso" di George Perec tal... «Cinoc, che era allora sulla cinquantina, esercitava uno strano mestiere. Come diceva lui stesso, faceva l'"ammazzaparole": lavorava all'aggiornamento dei dizionari Larousse. Ma, mentre altri redattori erano sempre alla ricerca di parole e significati nuovi, lui, per fargli posto, doveva eliminare tutte le parole e tutti i significati caduti in disuso.
Quando, nel millenovecentosessantacinque, dopo cinquantatré anni di scrupoloso servizio, andò in pensione, aveva fatto spari centinaia e migliaia di attrezzi, tecniche, usi, costumi, motti, piatti, giochi, soprannomi, pesi e misure; aveva cancellato dalla carta geografica decine di isole, centinaia di città e di fiumi, migliaia di capoluoghi cantonali; aveva rispedito nel loro anonimato tassonomico centinaia di tipi di vacche, specie d'insetti, di uccelli e di serpenti, pesci un po' particolari, varietà di conchiglie, piante non del tutto simili, tipi speciali di legumi e di frutti; aveva fatto svanire nella notte dei tempi legioni di geografi, missionari, entomologi, Padri della Chiesa, letterati, generali, Dei & Demoni.
Chi oggigiorno saprebbe cosa significava "vedettografo", "sorta di telegrafo fra vedette che si comunicano"? Chi oggigiorno potrebbe immaginare che sia esistita per generazioni e generazioni forse "una mazza di legno sita in cima a un bastone per pigiare il crescione nei fossi inondati" e che questa mazza si chiamava schuèle (chu-èle)? Chi oggigiorno ricorderebbe il "velocimane"?»

Gigi Spina ha detto...

Suggerisco un altro spunto letterario: lo straordinario elenco delle parti delle sue scarpe nere che padre Paulus rivela a Shay nell’Underworld di Don De Lillo (Einaudi, Torino 1999, pp. 576-578): risvolto, dorso, guardone ecc. ecc. Le cose di tutti i giorni restano nascoste perché non sappiamo come si chiamano, questa la disperante conclusione. Dunque, ecco un possibile e diverso risvolto pratico del risparmio di parole: non solo il profilarsi minaccioso di un esaurimento delle parole, ma il contemporaneo sparire delle cose stesse. Il silenzio uccide le cose, così come le troppe cose nominate uccidono, esauriscono le parole. Nelle antiche teorie linguistiche (perdonate se ricorro sempre ai Greci) l'efficacia semantica apparteneva solo a due parti del discorso, nome e verbo, perché corrispondenti a momenti (fasi,elementi) della realtà. Il resto delle parole che pronunziamo NON significa, serve solo a collegare le parole importanti. Ecco perché, forse, sono queste le parole che possiamo usare con disinvoltura, perché non si consumano mai, vista la loro infinita incapacità di significare. Eppure, qualcosa significano anche loro, perché ricordano in ogni caso l'uso, l'eco, delle parole 'significanti'.
Allora io raccolgo l'invito di silenceblog scegliendo 'come', una parola che mette in contatto, esprime una volontà di comparazione, di affrontare la complessità, permette di guardare a 360 gradi.

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