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Abbiamo bisogno di più silenzio

. martedì 3 marzo 2015
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Oggi, 3 marzo, l'OMS celebra la giornata internazionale dell'orecchio e dell'udito, perché l'ascolto sia sicuro.

Purtroppo ormai fin da piccoli siamo sottoposti a livelli di rumore sempre più elevati, ma ancor più ci sottoponiamo a suoni dal volume sempre più elevato e continuato.
Oltre all'ormai onnipresente rumore di fondo che ci segue anche durante il sonno, ci sottoponiamo quotidianamente e volontariamente a suoni pericolosamente elevati, attraverso l'uso continuo di telefoni, televisioni, walkman, ecc. sia in cuffia che no, con la frequentazione di luoghi come discoteche, locali, stadi, dove l'obiettivo sembra quasi quello di far arrivare allo stordimento grazie a  musica e suoni riprodotti ad altissimo volume.


La conseguenza è un sempre maggior numero di persone con problemi di udito indotto. Ipoacusia, acufeni temporanei e permanenti, ma anche iperacusia sono ormai molto frequenti anche in persone molto giovani.
L'appello è quello di abbassare il volume, ma noi aggiungiamo anche il suggerimento a tornare ad apprezzare il suon del silenzio, (re)impariamo ad ascoltare l'assenza di suoni, ad ascoltare il silenzio!

la poesia antidoto alla parola-rumore

. venerdì 9 marzo 2012
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Linguaggi perduti e linguaggi da salvare, bla bla vuoti e silenzi risonanti di echi e di ascolto sinestesico.
E' quanto suggerisce Gianluigi Beccaria, in una delle sue "Parole in corso" che, in realtà, si occupa di parole "fuori corso".

Le parole non servono solo a comunicare la realtà ma la creano. Tutto ciò che esiste è nel linguaggio, ciò che non è più nominato smette di vivere. Le idee, gli oggetti, i luoghi sono modi di essere della parola, sedimentati dal tempo. In questo senso ogni lingua è un’eredità, ogni lingua che scompare è un pezzo di umanità che si dilegua, così come ogni saggio che scompare è come un biblioteca che va a fuoco. Così per la poesia. Ogni poeta che scompare è un pezzo necessario di mondo che se ne va per sempre. Il mondo non è più lo stesso ora che non c’è più Andrea Zanzotto. Ora che manca, è venuto meno il poeta che avrebbe potuto continuare a consentirci di scoprire ciò che senza i suoi libri noi non saremo più in grado di vedere in noi stessi. Se ne sono andate le parole che avrebbe ancora potuto dirci.

Eppure, c’è chi è del tutto indifferente alla poesia. Ricordo la provocazione dello scrittore polacco Witold Gombrowicz, Contro i poeti (1947): «Il mondo della poesia è un mondo fittizio e falso», la poesia - continua - non mi piace «per la stessa ragione per cui non mi piace lo zucchero puro. Lo zuccherò è gradevole se preso insieme al caffè, ma nessuno si mangerebbe un piatto di zucchero: sarebbe eccessivo. È l’eccesso ciò che stanca della poesia, eccesso di parole poetiche, eccesso di metafore, eccesso di nobiltà, eccesso di depurazione e di condensazione». Sembrerebbe vero: i tessuti timbrici e ritmici, le forzature metaforiche sono in poesia eccessivi; si enfatizzano certi aspetti che invece il linguaggio comune tende a ridurre al minimo, e il linguaggio scientifico ad annullare. La lingua della poesia sembra (in superficie) un qualcosa di abnorme, di non reale, «è una favella che ha i piè ferrati nel metro e nelle rime, tutta fuori del parlare della natura» diceva nel secolo dei lumi il carmelitano Teobaldo Ceva.

La poesia è un «fantasma» sonoro e ritmico, e una contraddizione in termini (concordanze irragionevoli degli opposti, sinestesie che confondono sensi diversi, invenzioni di voci inesistenti). Devia dal linguaggio normale, nel quale conta poco la materia che lo compone. In poesia l’indifferenza alla «materia» viene invece a cessare. La parola non è più qualcosa di neutro, di senza colore, ma ha un peso, una levigatezza, una scabrosità. Nel «consumo spaventoso e terrificante di parole e di immagini che si fa oggi», nel contesto di un bla bla universale, in questa «colluvie di chiacchiere inutili», in questa escrescenza e «escrementi di celluloide e tapes vari», come scriveva Zanzotto, dove la parola è volutamente esposta come puro rumore, la poesia col suo suono incantatorio e col suo buio aiuta, come la notte, a lavare la mente e portare una luce.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 29 ottobre)

Il mantello del silenzio

. giovedì 7 luglio 2011
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Probabilmente tutti da piccoli hanno sognato il mantello dell'invisibilità e la scienza, ci dicono, sia ormai in grado di creare qualcosa che vi si avvicina molto. Non so però chi ha avuto la fantasia di immaginare il mantello del silenzio. Forse quando eravamo piccoli non ne sentivamo la necessità, io personalmente a volte vorrei poter "spegnere il rumore", ma mai avevo elaborato l'idea, il pensiero, il sogno di un "mantello" che permettesse di farlo. Evidentemente la scienza supera la fantasia! E' riportata ieri da Repubblica la notizia che questo mantello è realtà. Messo a punto da un gruppo di scenziati della Duke University il tessuto, come spesso accade per le nuove invenzioni, è ancora in fase di sperimentazione ma il lavoro prosegue anche in altri laboratori.

Le mie orecchie aspettano impazienti un cappellino-scudo che mi liberi dal rumore che ormai difficilmente ci lascia un attimo di tregua!

suoni e rumori: silenzio assente

. mercoledì 13 aprile 2011
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IL «PAESAGGIO SONORO» DELLA MODERNITÀ

Sopravviverebbe Marcel Proust al baccano dei cellulari, della tivù, della radio, dei clacson, delle sirene? Mah… Per attutire il chiasso che saliva dalla strada di allora, l’autore de La recherche aveva fatto tappezzare di sughero una camera di casa. Eppure, pare, gli sembrava tutto ancora fastidioso.
Quella Parigi a cavallo tra Ottocento e Novecento, in realtà, per quanto possiamo immaginarcela quieta rispetto alle metropoli d’oggi, non doveva esser poi così silenziosa. Ce lo dice un reportage del 1879 di Edmondo De Amicis: «Non c’è un momento di riposo, né per l’orecchio, né per l’occhio (...) Le carrozze passano a sei di fronte, a cinquanta di fila, a grandi gruppi, a masse fitte e serrate che si sparpagliano qua e là verso le vie laterali, e par che escano le une dalle altre, come razzi, levando un rumore cupo e monotono, come d’un solo enorme treno di strada ferrata che passi senza fine. Allora tutta la vita gaia di Parigi si riversa là da tutte le strade vicine, dalle gallerie, dalle piazze; arrivano e si scaricano i cento omnibus del Trocadero; le carrozze e la folla a piedi che viene dagli scali della Senna; flutti di gente che attraversa la strada di corsa arrischiando le ossa…».

La stessa Milano, ai contemporanei, doveva sembrare caotica. Al punto che nel 1901, per rispetto di Verdi agonizzante al Grand Hotel, viene proibito ai conduttori di tram che passano di suonare il clacson davanti all’albergo. «Quasi a voler risparmiare al grande genio morente, nato e vissuto nei silenzi dell’Ottocento, il fragore di una nuova epoca che si apre».

Lo racconta Stefano Pivato nel libro Il secolo del rumore - Il paesaggio sonoro nel Novecento (il Mulino, pagine 192, €14). Rettore a Urbino, dove insegna storia contemporanea, Pivato non è nuovo a libri dal taglio «eccentrico». Basti ricordare Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana. O La bicicletta e il sol dell’Avvenire. Tempo libero e sport nel socialismo della Belle Epoque. O ancora Il nome e la storia. Onomastica e religioni politiche nell’Italia contemporanea e I terzini della borghesia - Il gioco del pallone nell’Italia dell’Ottocento. Libri seri, arricchiti da un gusto raro per l’aneddotica, il dettaglio, la curiosità.



«L’aeroporto abbranca l’aeroplano» di Barbara (1938). Barbara era lo pseudonimo di Olga Biglieri, la pittrice futurista prediletta da Filippo Tommaso Marinetti spentasi nel 2002 a 86 anni.«Se fossimo trasportati un secolo addietro attraverso la macchina del tempo di "Ritorno al futuro" », scrive Pivato, «saremmo probabilmente assordati dal silenzio». Mica per altro l’idea del libro gli è venuta da un cd assai particolare: «Un gadget richiestissimo da un gruppo di fan della Ferrari. Si trattava di una ventina di brani che riproducevano i suoni (così venivano definiti) dei più gloriosi modelli della "rossa" di Maranello. Rimasi allibito di fronte al fatto che si potesse ascoltare il rombo di un motore—tentando di indovinarne modello, numero di giri, potenza e anno del debutto—con lo stesso religioso silenzio col quale si ascolta un brano di Mozart».
Rileggere la descrizione di Vasco Pratolini di una casa borghese d’un tempo, tocca il cuore: «Vi si spengeva lo stridere delle cicale, l’eco dei passi, il ronzio dei mosconi. Istintivamente camminavo in punta di piedi. (...) Di vivo v’era soltanto il tic-tac dell’orologio a muro che invece di rompere sottolineava il silenzio». Per secoli e secoli, spiega Pivato, la vita dell’uomo si è svolta in silenzio. La stessa pittura, si sarebbe lamentato il futurista Carlo Carrà, era stata «l’arte del silenzio. I pittori dell’antichità, del Rinascimento, del Seicento e del Settecento non intuirono mai la possibilità di rendere pittoricamente i suoni, i rumori e gli odori…».

L’assenza di rumore era rotta soltanto dal clangore delle battaglie allo scoppio delle guerre. Dal ritmo di certe botteghe artigiane come quelle dei calderai descritti nel 1700 da Bernardino Ramazzini: «Essi per tutto il giorno si dedicano a martellare il rame per ottenerne la duttilità (…) e quindi di lì si leva un frastuono smisurato, tanto che solo gli operai vi possiedono botteghe e dimore, poiché tutti evitano quel luogo così molesto». Dalle urla dei tifosi del gioco del pallone, da non confondersi col calcio, descritti da Wolfgang Goethe. Dagli strepiti dei tiratardi come quelli che a Firenze impedivano di dormire a John Ruskin, perseguitato dal «frangersi perpetuo di fragori mostruosi e disumani, urla e schiamazzi di esseri osceni fino a notte fonda». Per non dire dei «rimbombi di campane al mattino che si scontrano in impietose dissonanze da un campanile all’altro… ».

Non era l’unico, lo scrittore inglese, a lagnarsene. Anzi, ricorda Pivato, «la "guerra delle campane" ha costituito, almeno fino agli anni Cinquanta del Novecento, una delle più accese diatribe tra il fronte clericale e quello anticlericale». Ricordate il contro-campanile voluto da Peppone per vendicarsi di tutte le volte che don Camillo aveva disturbato i suoi comizi? «Finirà il monopolio campanario clericale!». Non occorreva essere anticlericali come i rivoluzionari francesi o i bolscevichi (che arrivarono a proibire gli scampanii perché lasciassero il posto «al rumore delle fabbriche e ai fischi delle industrie») per trovare insopportabili certe esagerazioni.

Lo dicono certi ricorsi al giudice d’epoca giolittiana dove si lamentavano «864 colpi nelle 24 ore, annunciando l’ora, ogni quarto d’ora con un tocco di preavviso». Un baccano infernale, per chi viveva vicino al campanile. Come Giovanni Pascoli che dopo aver esordito cantando «i cari suoni delle campane » si avvelenò il sangue per l’abuso di «ondataccie» sonore che ne faceva il parroco di Barga e non ebbe pace finché non ottenne dal vescovo il trasferimento del prete spaccatimpani.

La svolta vera, però, ovvio, fu l’irruzione del motore. Prima delle locomotive (che venivano battezzate «Lampo», «Scintilla», «Fulmine», «Procella»), poi delle automobili esaltate da Tommaso Marinetti per quei «grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo » e degli aerei cantati in «Uccidiamo il chiaro di luna»: «Avanti, pazzi, pazze, leoni, tigri, e pantere! Avanti, squadroni di flutti!».

E basta coi violini e i mandolini e le vecchie melodie musicali, invocava Luigi Russolo. Meglio un’orchestra di «intonarumori», un macchinario che riproduceva i suoni industriali: scoppiatori, stropicciatori, rombatori, sibilatori… La «prima» al Teatro Dal Verme di Milano, nel 1914, finì in una rissa. Di qua gli amanti della buona musica, di là i futuristi di Marinetti, Boccioni e Carrà. La cronaca del «Corriere», in ironico stile futurista senza articoli, fu una delizia: «Pugni. Carabinieri, delegati, poltrone sulla testa, urli, insolenze. Pubblico in piedi. Concerto continua. Pugni anche. Futuristi tratti palcoscenico dai carabinieri. (…) Urli, invettive, pugni. Piazza Cordusio altri pugni. Galleria nuovi pugni...».

Stefano Pivato
IL SECOLO DEL RUMORE
il Mulino
pag 192, 14 €

Dal Corriere della Sera, 4 aprile 2001

Un'altra definizione

. giovedì 25 novembre 2010
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Hélène Grimaud, pianista celebrata dalla vita complicata e avventurosa, definisce la musica estensione del silenzio. Senza silenzio sarebbe solo rumore. Così, del resto, ha intitolato il suo bellissimo volume sulla musica del Novecento Alex Ross: The rest is noise, Il resto è rumore (tradotto da Andrea Silvestri, Milano 2009).

turismo del silenzio

. mercoledì 13 ottobre 2010
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Il silenzio è un lusso e per questo ormai è messo in vendita. Di vacanze dal rumore, parla oggi un articolo di Ambra Somaschini su Repubblica, che segnala qualche sito (e meta) interessante.
I già noti alberghi del silenzio, dove l'indice di qualità è tanto più alto quanto migliore è l'isolamento e l'insonorizzazione (www.relaisdusilence.com), un'agenzia di viaggi portoghese che organizza dei "silence tour": ecopasseggiate a basso impatto acustico (www.silencetour.pt) e un itinerario australiano che si chiama proprio "Sound of silence". Dedicato a i viaggiatori del silenzio...

Il silenzio dell'india

. martedì 7 settembre 2010
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"Il motore ha taciuto e si è acceso il silenzio. Si è proprio acceso, perché un silenzio così silenzioso non l'avevo mai sentito. Mai. Nemmeno nella piu fonda delle campagne di casa mia, nemmeno sulla cima delle montagne coperte di neve. Quello è comunque un silenzio domestico, umano. Questo della giungla è animale". Dal bel libro di Sandra Petrignani "Ultima India" una citazione da Simone Weil: "Ci sono vari gradi di silenzio, esiste un silenzio nella bellezza dell'universo che è rumore in confronto al silenzio di Dio"

Alt al rumore

. mercoledì 9 giugno 2010
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Una curiosità: in meno di un mese tre scrittori americani hanno pubblicato un libro sul silenzio, o meglio un libro contro il rumore.
George Michelsen Foy ha scritto Zero Decibels. The quest for absolute silence (Scribner).
Garret Keizer ha scritto The unwanted sound of everything we want. A book about noise (PublicAffairs).
E ancora George Prochnik ha scritto In pursuit of silence. Listening for meaning in a world of noise (Doubleday).
Più che una coincidenza, sembra un MANIFESTO: la ricerca di scrittori e lettori di quella dose di silenzio sufficiente ad "ascoltare i propri pensieri".

stop al rumore

. mercoledì 9 dicembre 2009
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C'è un sito, fondato da un direttore d'orchestra, che fa capo all'associazione "Pipe down". Si batte contro l'onnipresenza di suoni -non scelti, non cercati, ascoltati involontariamente - nella nostra vita. Lo segnala Daniela Monti sul Corriere della sera. Nei commenti, tutto l'articolo... Qui intanto il link al sito: www.pipedown.info/

il silenzio dei bambini

. martedì 10 novembre 2009
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...Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev'essere stato ben solo
-un grand'uomo tra idioti o un povero folle -
per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Cesare Pavese, I Mari del Sud.

Ho messo questo post prima di aver letto il post sottostante che parla della maternità; anche qui in questa poesia di Pavese abbiamo il silenzio tramandato da generazione in generazione, però non con la stessa intensità dell'amore materna.

Insegniamo il silenzio ai nostri bambini? E come no? Dico sempre 'Ma basta con questo rumore!' E così il silenzio viene percepito come una punizione. Allora com'è che un genitore può insegnare quel valore? Per adesso cerco solo di rispettare i suoi silenzi. Ma forse non c'è neanche bisogno di fare qualcosa, forse tutti riescono a percepire naturalmente la profondità del silenzio - basta crearlo ogni tanto e lasciare che venga vissuto.

paradosso del paradosso

. lunedì 2 novembre 2009
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apprendo con tristezza che la schiavitù dal rumore è molto difficile da superare (impossibile?). Quanti hanno immaginato un mondo silenzioso dove le macchine ormai elettriche non disturbano più i nostri poveri timpani... ebbene no! una macchina silenziosa è troppo pericolosa perché non viene sentita da pedoni ciclisti ecc. quindi ecco che ci prepariamo a DOVER ascoltare (subire?) il rombo artificiale anche dove se ne potrebbe fare a meno -tristezza-
Ma non dovrebbe essere chi genera il pericolo a preoccuparsi di non arrecarne?

Mi domando, ma il valore (i valori) della vita, la sua qualità, è ormai così secondario alle nostre schiavitù?

b. B.

. mercoledì 28 ottobre 2009
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Sta per big Bang. Gli scienziati hanno pensato: "In principio era un rumoroso casino". Mettiamo che abbiano ragione. Perché dobbiamo aggiungere rumori? Crediamo di allontanare le fine?

le orecchie e le palpebre

. giovedì 22 ottobre 2009
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Breve riflessione del mattino (quando insieme a me si risveglia anche: il traffico, i vicini, il camion della raccolta vetro, i clacson delle auto in coda dietro il camion della raccolta vetro…): perché le orecchie non hanno palpebre?
Si può chiudere all’istante gli occhi per ribrezzo, paura, raccapriccio e invece ci tocca sentire sempre. Certo, non ascoltare. E’ più facile distogliere l’attenzione dai suoni che dalle immagini, mandarle in sottofondo pensando ad altro. Ma questo non significa escluderle.
Insomma, è più facile fare buio che fare silenzio.
Secoli fa, leggendo “Un altare per la madre”, mi aveva tanto colpito il ragazzino che giocava a nascondino: chiudeva gli occhi e pensava di non essere visto. E se chiudo la bocca perché tutto intorno non si fa silenzio?

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per le cartoline del silenzio:
Due mani non bastano (www.duemaninonbastano.it)
Studio Camuffo (www.studiocamuffo.com)
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Civico 13 (www.civico13.it)
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