Silenzio a Ground Zero

. lunedì 12 settembre 2011
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NEW YORK - Ground Zero è finalmente piena. Il vuoto di quel luogo che spaventava gli americani, il vuoto che andavano a vedere i turisti, era quello il monumento più doloroso da sopportare. Silenzio e vuoto nel luogo di New York dove non esiste silenzio e dove non esistono vuoti. Quel luogo, la Zona Zero appunto, nel cuore di Manhattan, per dieci anni è rimasto vuoto. E da ogni parte d'America sono arrivati in migliaia per colmare quel vuoto. Colmarlo con la presenza. E due vasche costruite nel perimetro delle radici dei grattacieli sono lì ma non si sostituiscono alla presenza dei colossi.

Nessuno vuole che le cose tornino come prima, perché il rischio è di dimenticare. Never Forget è scritto ovunque. Per arrivare a Ground Zero devi superare diversi check point. La città ne è disseminata. Tutti in fila, spesso per lungo tempo, si lasciano perquisire. Non c'è nervosismo, ma desiderio di far andare bene le cose. Compostezza, disciplina. Gli americani sono qui per mostrare che non hanno paura, anche se Bloomberg, il sindaco di New York, aveva allertato in una conferenza stampa che il rischio di un attentato era "una minaccia credibile".
La commemorazione è scandita dai minuti di silenzio che ricordano il primo aereo schiantatosi contro le torri, poi il secondo, poi l'attentato al Pentagono, e l'aereo precipitato in un campo in Pennsylvania, e ancora un minuto per ogni crollo delle torri. Il silenzio di migliaia di persone riporta al vuoto. Migliaia di teste, migliaia di corpi in silenzio.

Ero arrivato qui con il pregiudizio che fosse una parata nazionalistica, certo che nessuno avrebbe evitato il rischio di cadere nella retorica, e si sarebbe lasciato sfuggire l'occasione di trovare nuova linfa a un consenso che la crisi economica e finanziaria ha ormai profondamente compromesso. Non è stato così. Mi stupisce l'intervento dei presidenti. Di Barack Obama e dell'ex presidente George W. Bush. Obama legge alcuni estratti del salmo 46 della Bibbia, Bush legge la lettera di risposta di Abraham Lincoln a una vedova della guerra civile. Poi si defilano, coperti da un vetro antiproiettile, che è lì come a tracciare le nuove bibliografie visive che dopo l'11 settembre hanno cambiato il mondo. Parlare dietro un vetro, avere una scorta di oltre 11 auto, cecchini disseminati sui grattacieli. Ma non si attendono parole d'ordine, non vengono pronunciati discorsi alla nazione. Tutta l'attenzione è per il ricordo delle vittime. Le istituzioni fanno un passo indietro. Non ci sono comizi. Nessuno ricorda la propria politica di risposta a quell'attacco, Barack Obama non approfitta dell'occasione per rinvigorire i suoi elettori prossimi a quella che racconteremo come la nuova Grande Depressione, e che nessuno più ormai definisce soltanto crisi. Hai la sensazione che nonostante le molteplici contraddizioni che vive questo Paese, gli Usa abbiano ancora chiaro un elemento: che le istituzioni, l'economia, la difesa, il lavoro, tutto è dato dalle persone. Nozione che solo apparentemente è scontata. Le persone non sono annullate nel ruolo simbolico e superiore dell'istituzione. È l'individuo il centro. È questo fondamento che genera per noi europei spesso anche grande smarrimento, abituati come siamo a lacci sociali e paracaduti familiari assai più forti.

La giornata è per le persone cadute. Per loro. Non solo per l'eroismo dei firefighters. Perse le persone, persa ogni cosa. E la cerimonia ha celebrato questo. Ancor prima che l'attacco agli Usa, al simbolo dell'economica mondiale, il World Trade Center, è una cerimonia per ricordare le persone. I portieri, le segretarie, le guardie giurate, i lavavetri. Sarebbe bello se le nazioni potessero apprendere da questa giornata. Se i media del mondo potessero ritrovarsi a raccontare il ricordo non solo di questa tragedia nella capitale del mondo: New York, ma anche il colpo di Stato della destra nazionalista cilena  -  avvenuto un altro 11 settembre, quello del 1973 - che portò alla destituzione del Presidente Salvador Allende e alla successiva dittatura militare di Pinochet, o le vittime di mafia.

Citare i nomi sembra quasi come realizzare la massima kantiana "l'uomo come fine e mai come mezzo". L'imperativo categorico che tanto astratto pare quando lo si incontra nelle pagine della Ragion Pura e tanto concreto appare qui, ascoltando queste infinite letture di nomi. Non ridurre tutto a un numero 2977. Il rischio è che la statistica, il numero riduca tutto. Sono cifre che col tempo ti sembrano persino piccole. Cifre che ci si abitua ad ascoltare. Cifre appunto. Le commemorazioni servono, credo, quando non sono un vacuo evento mediatico per acquistare consensi, ma per strappare da quei numeri la carne, la memoria, il ricordo, il dolore, la condivisione di una vita che è stata e spesso continua.

Quel lungo elenco di nomi letti dai parenti delle vittime, che quando arrivavano al nome del loro caro, dedicavano una frase, un ricordo. Tantissimi I miss you. Molti bambini che all'epoca erano neonati. E che raccontano di un padre mai conosciuto o di una madre appena ricordata, morti nell'attentato.
Mentre ascolto sento parlare in italiano: è la signora Dorotea Angilletta. Ricorda in lacrime sua figlia Laura. Pronuncia il nome e il cognome di sua figlia con l'accento americano "Lora Angileda" eppure quando si rivolge a lei, all'amata figlia scomparsa, le parla in italiano. La lingua che usa per dire le cose importanti, per far parlare i sentimenti: "Laura ti voglio tanto bene. Sarai sempre nel mio cuore".
Per qualche strana ragione proprio noi l'avevamo trascurato. Proprio noi italiani avevamo trascurato la presenza di decine e decine e ancora decine di italoamericani. Se ne era fatto cenno qualche volta, ma senza mai dare centralità alla cosa. Le parole della signora Angilletta sollecitano l'attenzione ad ascoltare i nomi letti. Centinaia di nomi italiani. Figli di italiani, nipoti di italiani, discendenti di italiani. Nomi meridionali: Esposito, Spampinato, Cammarata, Amato, Calabro, Cafiero, Ciccone, Curatolo, Coppola, Bocchino, Morabito sono solo alcuni dei nomi degli italoamericani morti qui. E poi parlano due politici americani nipoti di italiani Andrew Cuomo (figlio di Mario Cuomo) il governatore dello stato di NY, originario di Nocera Inferiore, la cui nonna parlava solo napoletano e non imparò mai l'inglese, e Rudy Giuliani.

Eppure questo legame non è abbastanza forte, all'interno il dibattito sulla tragedia delle Torri Gemelle è sempre stato un elemento marginale. Una sorta di rimozione. Gli italiani d'America, considerati americani per gli italiani ma italiani sin nel midollo per molti di loro. Una distanza nata dalla diffidenza italiana per i nipoti e cugini italoamericani diventati troppo potenti e dalla diffidenza italoamericana per una terra matrigna che aveva scacciato i loro genitori, nonni, antenati. E tutto si chiude con le note di Paul Simon, che canta un pezzo immortale, The Sound of Silence, che sembra scritto per l'occasione. E cala il silenzio.

And in the naked light I saw, ten thousand people, maybe more. People talking without speaking, people hearing without listening, people writing songs that voices never share. And no one dare disturb the sound of silence. E nella luce nuda vidi migliaia di persone, forse di più. Persone che parlavano senza parlare, persone che ascoltavano senza ascoltare, persone che scrivevano canzoni che nessuna voce avrebbe mai cantato. E nessuno osava disturbare il suono del silenzio.

Dall'articolo di Roberto Saviano su Repubblica, 12 settembre 2011

silenzio e musica

. martedì 6 settembre 2011
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Una bella iniziativa dedicata al silenzio e alla musica, in Svizzera, il 9 e 10 settembre, organizzata dal Teatro del tempo

La Via Lattea 8 – Secondo Movimento
Il silenzio prima di Bach (e dopo Cage)

Dopo un Preludio notturno a Chiasso con il film che indica la via – Die Stille vor Bach del catalano Pere Portabella – una Fuga a due gambe in Valle di Muggio per ascoltare un altro Bach, nostro contemporaneo. Da mattina a sera, alla ricerca del silenzio perduto.

Francesco Dillon, violoncello / Claudio Jacomucci, fisarmonica / Lorenzo Lio, flauto dolce / Emiliano Turazzi, flauto dolce / Federica Valli, Tangentenflügel / Marino Cattaneo, studioso dell’ambiente / Ivano Proserpi, storico dell’arte / Daniele Garbuglia, scrittore
Mario Pagliarani, ideazione e regia

E in attesa del Preludio, un assaggio del film Die Stille vor Bach:

Miracolo Italiano

. giovedì 25 agosto 2011
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l'argomento e' sempre caldo, il silenzio monopolizza anche la radio.
A Miracolo Italiano, su rai radio2, l'intera puntata del 24 agosto dedicata al silenzio. Nel programma viene intervistata Nicoletta Polla Mattiot cofondatrice con Duccio Demetrio di Accademia del Silenzio
Il Podcast della trasmissione e' ascoltabile qui

Da Repubblica del 18 agosto

. giovedì 18 agosto 2011
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L’Accademia che vuole insegnare a stare zitti
di Vera Schiavazzi
IMPARARE a tacere, proprio come si impara a parlare una lingua diversa dalla propria o a suonare uno strumento. Per farlo, l’Accademia del Silenzio di Anghiari organizza una summer school, tre giorni (dal 25 al
27 agosto) di seminari e incontri dove tra passeggiate e citazioni, meditazioni e dialoghi senza parole ciascuno prenderà contatto con la parte meno rumorosa di sé e del prossimo.
La riscoperta di una comunicazione senza parole, del resto, viaggia lungo molti e diversi sentieri. Chi ha fatto una scelta di vita spirituale, d’altronde, lo sa da sempre: «Ho posto un freno sulla mia bocca», diceva  Sant’Agostino, e i monaci benedettini vi hanno basato la propria regola e trasformato il silenzio non solo in uno stile di vita ma soprattutto in preghiera. Nella scuola di Anghiari ci si può esercitare a comprendere quello che gli altri hanno nella mente ma anche a trovare la quiete restando zitti e fermi, la base primaria e più  importante di ogni forma di meditazione. Per credenti, certo. Ma soprattutto per laici.Un’esigenza così attuale da riflettersi nella letteratura. Viola Di Grado, scrittrice esordiente che col suo “Settanta acrilico, trenta lana” ha vinto il Campiello, ha scelto lo sciopero delle parole (anzi, l’anoressia verbale) come forma catartica attraverso la quale una madre e una figlia, Camelia, riescono a comunicare attraverso il proprio dolore. Aldo Nove ha dedicato a due dei suoi idoli, Raymond Carver e il pittore Edward Hopper, il racconto di un dialogo immaginario e l’ha intitolato “Si parla troppo di silenzio”. Ma ciò nonostante, è davvero il caso di andare a scuola, studiare, ciò che qualsiasi essere umano dovrebbe essere in grado di fare da solo, alternando azioni e pause? Forse sì, se è vero che un adulto che vive in città “ascolta” davvero soltanto i suoni superiori ai 50/60 decibel, quando addirittura non sceglie di costruire tout court la propria colonna sonora al riparo di cuffie e auricolari. Rieducare le orecchie ad ascoltare suoni più bassi e fruscii è difficile, svuotare la mente forse anche di più, e per farlo si può cominciare dalle piccole cose. Come passeggiare tra i boschi o scrivere, non al computer ma su un foglio di carta, come San Francesco prima che i taccuini da viaggio fossero inventati. Anche atti del tutto materiali, dall’amare al mangiare, possono avere bisogno di silenzio per diventare migliori.

«Decidere quali e quante parole usare, quando e con quale intonazione è tutt’altro che un atto passivo — dice Duccio Demetrio, docente di filosofia dell’educazione, tra i fondatori della scuola di Anghiari con Nicoletta Polla-Mattiot — Rallentare e allentare significa cambiare ritmo, inserire dei momenti di ozio creativo e di riposo acustico e mentale nelle nostre vite concitate».
Meglio farlo ora, in piena estate, quando ancora l’apnea da agenda e da telefono non si è impadronita delle nostre giornate. Il silenzio può rivelarsi utilissimo anche nei rapporti tra i sessi, soffocati da un possibile eccesso di didascalie. «Quanto spam c’è nelle nostre vite, oltre che nella casella della posta elettronica?
Il cambio di stagione può servire a fare space clearing, a buttare un apparato verbale che non ci serve o non ci corrisponde più — dice Nicoletta Polla-Mattiot, che sul tema condurrà un seminario — Nella nostra percezione di oggi, parlare equivale a esercitare una forma di libertà, un diritto. Ma in una vera conversazione si tace e si parla a turno. E, quando non si parla, molte altre cose possono avvenire ed essere trasmesse con gli occhi e con i gesti. Con gli occhi si possono anche ‘ascoltare’ i gesti dell’altro, si possono trasmettere affettività e seduzione, forza e carisma, chiedere e ottenere attenzione e rispetto». Come tutti i linguaggi, tuttavia, il silenzio possiede una grammatica, che in questo caso occorre sintonizzare su se stessi. Chi ci è riuscito (scuole e gruppi sono già nati a Roma, Milano e Torino) giura che si tratta di una lingua ricchissima e emozionante, spesso più efficace di quella quotidiana. Con mille applicazioni pratiche, dal piacere ritrovato per la musica alle capacità diagnostiche in medicina, dal rilassamento del corpo fino alla risoluzione dei conflitti domestici.
Anche senza andare a scuola, approfittando — ancora per poco — del silenzio urbano d’agosto, lasciando la radio spenta e il libro aperto. Per urlare, ci sarà ancora tempo.

Kavafis e il mareggiare del silenzio

. venerdì 12 agosto 2011
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Dallo spettacolo "Trilogia del lontano" di Antonio Zanoletti, al Teatro di Verdura, dedicato a Kavafis e al sentimento del luogo:
"Kavafis avverte che la poesia più esaltante è ricordo, relitto di suoni chissà quando uditi - forse in altre vite - che rigalleggiano dagli oceani della memoria e ci educa ad ascoltare il silenzio.
Il lavoro di Kavafis è come un mareggiare salino che pulisce e lima. C'è una poetica dell'inespresso, del negato, del lontano, che sfocia in affermazioni più totali, decifrazioni addolorate della solitudine e dell'esistere.
Così io credo che sia assai più eletta la vita che non ci è dato vivere.

elogio del silenzio

. giovedì 21 luglio 2011
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Un ricordo di Boris Biancheri, ambasciatore e scrittore, appena scomparso. Il suo ultimo libro è Elogio del silenzio, pubblicato da Feltrinelli. Ma diceva in un'intervista di tre anni fa: "Leggo, parlo e scrivo di tutto. Scrivo tutto ciò che mi appassiona e mi interessa. Seguo il mio istinto. A quale dei miei libri mi sento più vicino? Senza alcun dubbio, a quello che sto ancora scrivendo". Quello che anche il silenzio può continuare a scrivere...

lo stupore della scoperta

. mercoledì 20 luglio 2011
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una citazione:

"Mi tolgo le cuffie e ascolto il silenzio.
Il silenzio è una cosa che si ascolta.
Lo scopro per la prima volta."
Haruki Murakami

la poesia del silenzio

. domenica 10 luglio 2011
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Una segnalazione che arriva dall'amica silenziosa, Lisa Corva e dal suo sito poetico.
L'autrice è Maria do Rosário Pedreira, una poetessa portoghese

L’ALTRA VOCE                                                                                           
 
Lei non domandò questo silenzio. Ma anche nulla fece
per difendersi da esso o dominarlo. Quando entrò,
la casa tacque improvvisamente, le sue cose
avevano cambiato di posto, sparito, e non importava
che fosse stata lei stessa a nasconderle, il giorno prima,
nel baule delle lane che solo avrebbe riaperto in inverno.
 
Lei non volle conoscere questo silenzio. Seppe solo
che non sarebbe tornata a udire la sua voce
nello specchio della sua stanza – l’altra voce.
 
Si sedette per terra e aprì un piccolo libro dalla copertina blu.
In quella fine del giorno, solo proprio i libri potevano dire
qualcosa di più del silenzio – quell’altra voce.
 
OUTRA VOZ – Ela não pediu esse silêncio. Mas também nada fez / para defender-se dele ou dominá-lo. Quando entrou, / a casa tinha-se calado de repente, as coisas dele / tinham mudado de lugar, desaparecido, e não importava / que tivesse sido ela própria a escondê-las, de véspera, / na arca das lãs que só voltaria a abrir no inverno. // Ela não quis conhecer esse silêncio. Soube apenas / que não voltaria a ouvir a voz dele / no espelho do seu quarto – a outra voz. // Sentou-se no chão e abriu um pequeno livro de capa azul. / Naquele fim de tarde, só mesmo os livros podiam dizer / algo mais do que o silêncio – essa outra voz.
 

Il mantello del silenzio

. giovedì 7 luglio 2011
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Probabilmente tutti da piccoli hanno sognato il mantello dell'invisibilità e la scienza, ci dicono, sia ormai in grado di creare qualcosa che vi si avvicina molto. Non so però chi ha avuto la fantasia di immaginare il mantello del silenzio. Forse quando eravamo piccoli non ne sentivamo la necessità, io personalmente a volte vorrei poter "spegnere il rumore", ma mai avevo elaborato l'idea, il pensiero, il sogno di un "mantello" che permettesse di farlo. Evidentemente la scienza supera la fantasia! E' riportata ieri da Repubblica la notizia che questo mantello è realtà. Messo a punto da un gruppo di scenziati della Duke University il tessuto, come spesso accade per le nuove invenzioni, è ancora in fase di sperimentazione ma il lavoro prosegue anche in altri laboratori.

Le mie orecchie aspettano impazienti un cappellino-scudo che mi liberi dal rumore che ormai difficilmente ci lascia un attimo di tregua!

A scuola di silenzio

. mercoledì 6 luglio 2011
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Quest'estate, a fine agosto, una proposta alternativa per concludere le vacanze... in silenzio.

Scuola estiva dell’Accademia del Silenzio
25-27 agosto, Anghiari

IL PROGRAMMA
25 agosto: h 15.00 inizio laboratori, h 19.00 conversazioni
26 agosto: h 9.00 laboratori, h 19.00 conversazioni
27 agosto: h 9 laboratori, h 12.30 conversazioni

C'è tempo per iscriversi fino al 15 luglio!

I LABORATORI
Il silenzio è nelle parole
a cura di A. Andreotti e M.G. Comunale
C’è un silenzio tacito e ha un peso, ha un tempo, ha una semantica; ma poi c’è anche un altro silenzio, che è leggero, è uno spazio, è una sintassi. Il primo è all’insegna del verbo “avere”, il secondo sotto l’egida del verbo “essere”. Uno esprime significati, l’altro li mette in musica facendo sì che questi stessi significati non siano soltanto capiti, ma soprattutto “sentiti”. Noi dunque ci occuperemo del secondo tipo di silenzio, e lasceremo che sia la parola poetica a rivelarlo attraverso la voce che le dà corpo.
Con esercizi che prevedono letture di poesie alternativamente con la mente e con la voce, potrà accadere che il silenzio si faccia sentire, e paradossalmente con maggior forza proprio attorno a quella voce intenta a rendere la parola poetica. Ciascun partecipante proporrà qualche suggerimento poetico, e si munirà di carta e penna per esercitazioni di scrittura.

Una luminosa quiete
a cura di Giampiero Comolli
Le tradizioni religiose hanno elaborato nei secoli diverse forme di meditazione per entrare in un contatto sempre più stretto, intenso e consapevole con Dio o con l’Assoluto. Ma nonostante la loro diversità, tutte queste svariate forme di meditazione poggiano su alcuni fondamenti comuni: la ricerca del silenzio, l’immobilità della postura corporea, l’acquietamento delle tensioni interiori. Se si riconoscono tali fondamenti comuni, e se ne fa esperienza, diventa possibile apprendere e praticare una meditazione di base, laica, aperta a credenti e non credenti, capace comunque, pur nella sua semplicità, di generare nuove forme di coscienza: qualcosa come una “luminosa quiete”, una lucida serenità, non antitetica, bensì contigua e complementare alle forme di consapevolezza rese possibili dalla scrittura poetica e autobiografica.

Camminare in Val Sovara nelle ascesi della scrittura
a cura di Duccio Demetrio
Alla scrittura il silenzio è necessario, al camminare lento si addice la parola attenuata. Per il pensiero sono vitali l’uno e l’altra. Il seminario creerà le condizioni più adatte a vivere l’esperienza del silenzio in una sequela dedita alla meditazione interiore e alla contemplazione dei paesaggi. Si scriverà sulle “cartulae”, taccuini ante litteram, che San Francesco amava portare con sé. La sua religiosità ci accompagnerà in momenti di ascolto del silenzio e della sua parole in una valle i cui sentieri portano alla Verna.

Il piacere inter-detto. Il film come sguardo raccontato in silenzio
a cura di Emanuela Mancino
Il silenzio è il preludio della visione, come il buio che avvolge lo sguardo in sala, al cinema. Il cinema gioca davanti e dentro ai nostri occhi come una magia, è un prestigiatore del nostro immaginario, della nostra memoria e dei nostri sogni. Il silenzio è anche la misura della nostra presenza di fronte allo schermo. Non sempre, però, riusciamo a far parlare quel silenzio: lo sguardo copre le immagini; l’abitudine e la sovrabbondanza di stimoli visivi, acustici, mediatici operano un vero e proprio inquinamento di segni, una saturazione di stimoli che distolgono la visione dal suo rapporto con quel che apparentemente tace, sullo schermo, perchè invisibile. Il percorso laboratoriale condurrà i partecipanti ad attraversare con attenzione il proprio sguardo alle immagini.
Il silenzio diverrà dunque lo spazio aurorale del guardare e del comunicare.
I film e gli spezzoni cinematografici che saranno i luoghi in cui esercitare il silenzio dello sguardo diventeranno allora territori in cui muoversi educandosi al mistero, decostruendo quel che si vede e i modi in cui lo si vede e non decifrando enigmi o impadronendosi di significati: il silenzio ci insegnerà l’attesa e la sosta della visione.

Parlare col silenzio, dialogare senza parole.
a cura di Nicoletta Polla-Mattiot
“Ascoltare con gli occhi”, e non solo con le orecchie, è una qualità dell’amore, la capacità di mettersi in relazione con l’altro e con il suo stato d’animo, oltre che con le sue parole. Gli antichi oratori erano perfettamente consapevoli che, accanto alla comunicazione verbale, c’è un codice parallelo di messaggi che trasmettiamo attraverso il nostro corpo, la postura, la gestualità, le pause, i non-detti, il ritmo e i tempi scelti per parlare. In silenzio e col silenzio si può trasmettere affettività e seduzione, forza e carisma, concentrazione, suspence. Si può incutere rispetto, chiedere e creare attenzione, mostrare tatto, favorire la creatività e la complicità… Esiste una lingua del silenzio e un uso efficace del discorso pausato, che valorizza le parole, che dà forza e credibilità al nostro modo di esprimerci. “Tutte le arti, anche il silenzio, hanno una grammatica. Ma prima bisogna sintonizzarsi sull’anima: con il corpo, con il cuore, con lo sguardo”. Lo sperimenteremo attraverso letture, ascolti ed esercizi pratici. Il seminario è suddiviso in quattro moduli, ciascuno con una parte teorica e una parte pratica (con lavoro di gruppo) di tecniche per comunicare tacendo.

Le silenziose parole del sogno
a cura di G. Quaglino
Il sogno parla in silenzio. Ma, forse, noi nel sogno parliamo in silenzio a noi stessi. Resta il fatto che le parole del sogno non sono facili da udire. Se non prestiamo attenzione, se non dedichiamo ascolto, oltre che silenziose, esse risulteranno mute. Eppure, il sogno è il nostro più prezioso alleato, il confessore più fidato, il miglior conoscitore dei nostri segreti, il narratore più instancabile del nostro cammino. Prepariamoci, dunque, a far parlare i silenzi del sogno come una lingua che possediamo, come una lingua che ci appartiene, ma di cui, forse, non riusciamo sempre a cogliere la voce, a comprenderne le parole.

LE CONVERSAZIONI
25 agosto
Raffaele Milani, Paesaggi e Silenzi
Valentina D’Urso La comunicazione non verbale e l’espressione delle emozioni
Marco Ermentini, Imparare a vedere il silenzio con gli occhi. I luoghi timidi e silenti
26 agosto
Cosimo Laneve, Il silenzio nella scuola
27 Agosto
Stefano Raimondi, La detonazione del silenzio
Emanuele Ferrari, Emozione, immaginazione, silenzio nell’ascolto musicale

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