Una bella riflessione che arriva da un libro di Stefano Bolognini, sul silenzio fecondo e “maieutico”. Il titolo è già un capolavoro: Lo Zen e l’arte di non sapere cosa dire (Bollati Boringhieri). Scrive lo psicoanalista: «Non si sa che dire vuol dire che verrebbero in mente delle cose da dire, ma che si sente o si capisce che quelle cose lì non sono adeguate, non sono sufficienti, non bastano, non risolvono, non smuovono, non raggiungono, spesso non sfiorano nemmeno la complessità, la profondità, il senso di ciò che si è presentato sulla scena del discorso: tanto più se si tratta di un discorso condiviso, che dovrebbe funzionare significativamente per chi parla e per chi ascolta.
E allora ci si ferma, sull’orlo dell’abisso.
E non si dice.
(…)
Di solito, se si hanno la pazienza e l’umiltà di attendere – senza pretendere di saper già cosa dire, subito e comunque – le cose un po’ alla volta si collegano, si chiariscono, si combinano, si trasformano, assumono un’evidenza e un senso.
Allora, e solo allora, si sa che cosa dire.
dire e non dire
Etichette: dire, parole, psicoanalista, silenziouna definizione
Etichette: bomba, cervello, silenzioho letto a Pennabilli,da qualche parte, una definizione di Tonino Guerra, anche nel suol amato dialetto:
il silenzio è una bomba che ti scoppia nel cervello.
il paradosso del silenzio
Etichette: dire, paradosso, silenzioChe cosa c'entra l'elogio della contraddizione con il silenzio? Leggo Salman Rushdie (il testo che presenterà il 10 luglio alla Milanesiana) e la sua difesa del paradosso è un richiamo al chiaroscuro, a quello spazio interstiziale fra bianco e nero, sì e no, dire e non dire, che il silenzio occupa dialetticamente e senza prendere spazio. Il silenzio è e non è, contemporaneamente buono e cattivo, vuoto o pieno, assenza e presenza, strumento, mezzo e fine, ma anche omissione volontaria, base di quel "nel pensier mi fingo" da cui nasce tutta la poesia e la letteratura.
Per questo mi piace riportare almeno qualche riga della riflessione di Rushdie:
La letteratura non ha mai perso di vista ciò che il nostro rissoso mondo cerca di costringerci a dimenticare. La letteratura si pasce della contraddizione, e nei romanzi e nelle poesie noi cantiamo la nostra complessità umana, la nostra capacità di essere, simultaneamente, sia sì che no, sia questo che quello, senza avvertire il minimo disagio. L'equivalente arabo dell'espressione "c'era una volta" è "kan ma kan" che tradotto significa: "Era così, non era così". Questo grande paradosso è alla base di tutte le opere di narrativa. La narrativa è esattamente quel luogo in cui le cose sono così e non sono così, in cui esistono mondi in cui crediamo profondamente pur sapendo che non esistono, non sono mai esistiti e mai esisteranno. E questa bella complicazione non è mai stata tanto importante quanto nella nostra epoca di eccessiva semplificazione"
poesia e silenzio
Etichette: d'annunzio, luna, silenzioGrazie ad Alessandro Quasimodo e Alessandro Cei e al loro spettacolo "Potessero le mie mani sfogliare la luna", ho riascoltato (e riscoperto) un frammento teso fra dire e non dire
...e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s'incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perchè la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l'anima le possa amare
d'amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
(La sera fiesolana, Gabriele D'Annunzio)
ridare voce ai suoni scomparsi!
sembra un gioco di parole, ma effettivamente è una cosa seria, non ci si pensa, ma spesso come era già stato fatto notare in un precedente intervento "se svaniscono le lingue" assistiamo alla scomparsa di "cose" che non potremo più ascoltare. A volte queste cose le scopriamo, non ne eravamo a conoscenza ma la nostra curiosità ci porta a scoprirle, mute. Chi non ha mai pensato che rumori/suoni si potrebbero ascoltare immergendosi in un giorno della preistoria, o più banalmente di un passato non troppo remoto?
C'è un progetto interessante che cerca di dare risposta (suono) a questa curiosità dell'orecchio, che è del nostro cervello! Si chiama ASTRA Ancient instruments Sound/Timbre Reconstruction Application e ci ha già permesso di riscoprire il suono dell'epigòneion (i grecisti sapranno di cosa si parla!) un'antica arpa greca.
Alla Casa del Suono a Parma, la possiamo RItrovare con la sua voce recuperata dal passato.
Una sfida lanciata dal silenzio e raccolta (e forse vinta?) proprio grazie al mistero e al fascino di quello che ci manca
la colonna sonora della scrittura
Etichette: corde dell'anima, cremona, musica, silenzioMeglio il silenzio o la musica di sottofondo per scrivere? Sulla domanda si sono interrogati scrittori italiani e internazionali, ospiti della prima edizione del festival "Le corde dell'anima" (Cremona, 4-6 giugno 2010). Le risposte sono di tre tipi diversi
IL RUMORE DELLA VITA
Vivian Lamarque: "Scrivo con musica di sottofondo, quella del traffico della città"
E.T. Carhart: "Quando scrivo non ascolto musica, ma anche il silenzio assoluto può disturbare. Tengo le finestre aperte e il mio sottofondo sono i rumori della vita, che mi aiutano a concentrarmi"
Paola Capriolo: "Dipende dai momenti e da quello che scrivo. D'altra parte, il silenzio, in città, non è che una chimera"
L'ASCOLTO DEL SILENZIO
Benedetta Cibrario: "Ho bisogno di silenzio assoluto. A volte ho persino necessità di scrivere tappandomi le orecchie"
Angeles Caso: "Silenzio intorno e nelle orecchie. Devo sentire la musica delle parole e delle frasi che scrivo"
Margriet De Moor: "Scrivo dentro al silenzio. Scrivere per me significa ascoltare, con grande concentrazione, il suono seduttivo di una voce interna che mi racconta una storia"
Silvia Avallone: "Ho bisogno di silenzio assoluto"
Sandrone Dazieri: "Silenzio. I suoni mi distraggono"
IL RITMO DELLA MUSICA
Marta Morazzoni: "Sempre la musica. Non ho preferenze. Anche l'opera se asseconda un certo ritmo dello scrivere"
Bjorn Larsson: "Qualche volta scrivo con un sottofondo musicale, ma le parole devono essere cantate in una lingua che non conosco"
Johan Harstad: "Musica, sempre. La considero una parte importante del mio processo creativo. Scelgo brani diversi a seconda di quello che scrivo"
Elido Fazi: "Ascolto Chopin. Qualche volta Brahms e Sibelius"
Quando torno a "casa"...
Etichette: alberi, Australia, casa, natura, spazioOgni volta che torno da un viaggio in Italia, tento di capire cosa provo, scoprire quale sia "casa mia" ora e vedere se l'Australia e' riuscita, in questi ultimi anni, a diventarmi familiare. E ho ben 450 chilometri di strada per farlo; la distanza tra l'aeroporto di Melbourne e la cittadina di Penola, dove vivo, subito al di la' del confine tra Victoria e South Australia.
450 chilometri di campi, di colline,
di pecore e di canguri. 450 chilometri di alberi e di spazio. E sono soprattutto questi ultimi due elementi a rispondere ai miei dubbi e a calmare la mia inquietudine.
Gli alberi - gli innumerevoli tipi di eucaliptus di questa terra - sono una delle cose piu' belle della natura australiana; forti e rassicuranti anche senza piu' vita nei loro tronchi. Qui difficilmente tagliano un albero morto, perche' anche il suo scheletro e la sua silhoette asciutta appartengono alla storia del paesaggio.
E lo spazio. Quello vero. Vuoto, almeno a
pparentemente. Silenzioso. Vasto e, proprio per questo, cosi' luminoso. Mi scopro a fare respiri profondi di fronte a questo spazio sudaustraliano. Poi immagino una casa accanto a uno di quegli eucalipti e mi dico che, si', potrei viverci. Potrei sentirmi felice tra quegli alberi e quella luce. E quella potrebbe diventare “casa mia”.
Qualsiasi angolo del mondo con queste dimensioni e questi spazi vuoti, se non ti spaventa, non puo' che diventare casa tua. Almeno per un po'.

pagine bianche
Etichette: bianco, silenzio, spazioVenerdì 11 giugno 2010, Repubblica è uscita con una Prima Pagina bianca. La Stampa con 2 rubriche (Buongiorno e Jena) non scritte: spazio senza parole. Un silenzio usato come manifesto, silenzio per protestare, senza dire l'oggetto della protesta stessa (lasciato implicito: la legge sulle intercettazioni).
La scelta del vuoto rispetto all'abituale pieno dell'informazione ha un forte impatto proprio per l'uso spiazzante del tacere, del sottrarre comunicazione nel luogo (un giornale) deputato a farla. Vi ricordate la forza pubblicitaria del "Silenzio, parla Agnesi?"
E' lo stesso meccanismo, la stessa tecnica di comunicazione: ribaltare l'aspettativa e dunque la prospettiva.
Ne esiste un illustre precedente. l'Indipendent del 5 gennaio 2005.
Allora la scelta del direttore fu di pubblicare una copertina immacolata. Di fronte alla più ampia e capillare copertura mediatica mai vista per una tragedia naturale, l’Indipendent uscì con una pagina nuda, e una sola riga, in corpo piccolissimo: Di fronte alle vittime dello tsunami, silenzio.
Un procedimento retorico applicato alla lettera: la reticenza fatta pagina.
Un minuto di silenzio...
Alt al rumore
Etichette: libri, rumore, silence, silenzioUna curiosità: in meno di un mese tre scrittori americani hanno pubblicato un libro sul silenzio, o meglio un libro contro il rumore.
George Michelsen Foy ha scritto Zero Decibels. The quest for absolute silence (Scribner).
Garret Keizer ha scritto The unwanted sound of everything we want. A book about noise (PublicAffairs).
E ancora George Prochnik ha scritto In pursuit of silence. Listening for meaning in a world of noise (Doubleday).
Più che una coincidenza, sembra un MANIFESTO: la ricerca di scrittori e lettori di quella dose di silenzio sufficiente ad "ascoltare i propri pensieri".
un minuto di silenzio
Etichette: ascoltare / sentire, silenzio, viaggio"Ricordo soprattutto il silenzio, denso come se un cielo gonfio di tempesta fosse sceso nella stanza. Io ed Elisabeth siamo state accompagnate al primo piano, da dove non potevamo né sentire né vedere nulla. Siamo ridiscese dopo qualche minuto per salutare la mamma che partiva per un viaggio...
Ci siamo tenuti tutti per mano per rispettare la vecchia usanza russa di restare un minuto in silenzio quando qualcuno lascia i familiari per partire da solo... appena qualche parola per raccomandarci di comportarci bene. Non sapevo che sarebbe stato un viaggio senza ritorno".
Sono le parole con cui Denise Epstein racconta e ricorda l'arresto di sua madre Irène Némirovsky, scrittrice unica.
"Sopravvivere e vivere", una raccolta di interviste pubblicate da Adelphi